banner

Home Il museo La gestione La biblioteca Informazioni
Il restauro Gli allestimenti Gli ambienti Galleria immagini

pre-restauro

 

di Cleonice Vecchione.

 

Questo strano edificio, denominato nella tradizione popolare "casa del '500", costituisce un episodio architettonico singolare nel territorio alpagota.

 

Dall'osservazione della facciata si può notare che il palazzetto presenta due distinte fasi costruttive: quella originaria tardogotica del cinquecento, e una seconda fase tardobarocca del sec. XVIII.

L'assetto originario comprendeva le tre arcate del piano terra aperte a formare un portico, secondo una tipologia estranea al luogo, quasi da palazzetto veneziano in terraferma, mentre ai piani superiori l'impaginazione della facciata, caratterizzata dall'uso della pietra scolpita, è rimasta invariata; l'asse di simmetria centrale è marcato dal portone di ingresso al piano terra dalla bifora con archi gotici sostenuti da una colonnina centrale, e dalla sovrastante finestra ad arco ribassato con testa di donna scolpita in chiave; lateralmente le finestre architravate sono impreziosite da bassorilievi scolpiti sotto i davanzali, di cui è rimasto leggibile solo quello di sinistra.

Questi elementi architettonici in pietra della facciata originaria appaiono oggi sottolineati e incorniciati da intonaci decorati con semplici motivi geometrici di tipo architettonico, messi in risalto da una delicata bicromia: è l'intervento settecentesco, di gusto tardobarocco, che reinterpreta e rinnova, in senso puramente decorativo, l'antica impaginazione degli elementi in pietra e che inoltre chiude due delle tre arcate del portico, con conseguente ridefinizione degli ambienti del piano terra.

 

L'intervento di restauro della facciata, come di tutto l'edificio, si è innanzitutto proposto lo scopo di arrestare, o almeno rallentare, il grave degrado in atto, con una serie di operazioni di carattere conservativo, ma anche di approfondire le conoscenze sull'edificio e sulla sua storia. Ricerche storico documentarie non avevano dato risultati utili a far luce sulla sua origine e sulle sue trasformazioni: era necessario "leggere" l'edificio nelle pagine delle sue strutture e dei suoi materiali per riconoscere i segni lasciati dalla storia e interpretarli.

Così, con questo atteggiamento di "curiosità" per la conoscenza, durante il restauro della facciata, si è scoperto che gli elementi in pietra non raffiguravano semplici decorazioni di repertorio, ma motivi iconografici carichi di significati simbolici legati all'alchimia! Anche l'uso della pietra rossa (la pietra "de La Secca") per parti scultoree è apparso non casuale, ma legato a precise intenzioni simboliche: si tratta infatti di un calcare di scarsa qualità e durabilità, soggetto a scagliarsi, usato nella tradizione costruttiva locale solo per parti poco lavorate . Il suo uso per parti scolpite rappresenta quasi una sfida, spiegabile solo come scelta intenzionale che allude al significato del colore rosso nell'alchimia.

 

Da questi elementi si è potuto dare risposta alle due domande chiave su cui le fonti storiche non facevano chiarezza: "da chi è stato costruito l'edificio?" , e "con che finalità?". Era la casa costruita da un alchimista, per sua abitazione e laboratorio! E come tale manifestava il suo apparato simbolico solo a chi era in grado di decodificarne il linguaggio segreto! Per gli "altri" si trattava solo di strane e bizzarre decorazioni! Questa scoperta ha spiegato molte circostanze, l'assenza di notizie storiche certe e definite, e l'aura di misero che circonda l'antico proprietario: la tradizione lo vuole un personaggio forestiero che veniva da lontano (Venezia? Alessandria?) e obbligato a nascondersi ( un esiliato! ). E in effetti un alchimista non amava mettersi in mostra e far parlare di sé! Si spiegano inoltre alcune delle caratteristiche architettoniche atipiche ed estranee alla tradizione costruttiva locale.

Il restauro degli elementi lapidei della facciata ha presentato notevoli problemi tecnici per il pessimo stato di conservazione del materiale, molto disgregato, che si è cercato tuttavia di recuperare più estesamente possibile, consapevoli del particolare significato di cui era portatore.

 

Analogo intervento è stato eseguito per gli intonaci decorati settecenteschi: questa decorazione, sovrapponendosi a quella cinquecentesca di cui ignorava il significato simbolico, aveva comunque ottenuto un esito figurativo di grande originalità, riuscendo a integrare gli elementi antichi di almeno due secoli in una sintesi felice che rifletteva il gusto e la leggerezza dell'epoca tardo barocca. Ma a cosa corrispondeva questa nuova fase costruttiva nella vita del palazzetto? La risposta in questo caso è venuta dalle ricerche d'archivio. Nel sec. XVIII l'edificio diventa proprietà di un tal Alessandro Bortoluzzi, la cui famiglia, originaria di Serravalle, viene ad acquisire numerose proprietà terriere a Valdenogher. Dal capostipite Alessandro discendono nel tempo numerosi rami della famiglia, che mantengono la proprietà del palazzetto, chiamato d'ora in poi "palazzo dei Lissandri". A questo momento di prosperità economica della famiglia doveva corrispondere una certa visibilità: la ridefinizione della facciata, come pure la decorazione di due ambienti interni del primo piano con intonaci graffiti e dipinti, risponde proprio a questa finalità auto-celebrativa, mentre la chiusura del portico riflette l'esigenza di aumentare la disponibilità di spazio resasi necessaria dalla coabitazione di più nuclei familiari. Capire la relazione tra la nuova immagine architettonica settecentesca, giunta fino a noi quasi integra, e la microstoria che l'ha determinata, ha portato a considerare con lo stesso atteggiamento di rispetto gli elementi, anche minuti, della fase tardo barocca, ancorché contradditori rispetto all'assetto originario: così si è evitato di riaprire il portico, la cui muratura, costruita in pietrame come quella antica, presentava incastonate due belle finestre con stipiti e architravi in pietra lavorata. E si sono restaurati gli intonaci con le stesse metodologie conservative degli affreschi, integrando le parti mancanti in maniera da garantire la leggibilità del disegno generale attraverso la ripresa degli elementi geometrici sicuramente rintracciabili.

 

Per quanto riguarda gli altri lavori di restauro, si rimanda all'approfondimento nei pannelli e nel cd. Si segnala solo che si è considerato sempre prioritario salvare le superfici antiche presenti, la "pelle" dell'edificio. E questo a seguito dell'osservazione delle sue particolarità: un elemento strano è apparso l'incredibile annerimento dei muri e delle travature dei solai, ricoperti da uno spesso strato di fuliggine; e curiosa è sembrata la totale assenza di canne fumarie, inusuale in una regione in cui la tradizione costruttiva presenta una grande varietà di camini e focolari di uso domestico. Altra particolarità rilevata: tutte le porte interne sono dotate, nella parte alta, di un foro rettangolare per il passaggio del fumo e del calore. Appaiono decisamente affumicati solo gli ambienti del piano terra, e tutto il vano scale sui tre livelli, quindi l'attività di combustione avveniva al piano terra, e da qui il fumo veniva convogliato nel vano scale per poi disperdersi attraverso la copertura. Si tratta quindi di un vero e proprio sistema di circuitazione dei fumi pensato, probabilmente sin dall'origine, in alternativa alle canne fumarie. Alla luce di ciò i depositi di fuliggine sono apparse importanti tracce materiali di vita e di storia, da conservare per il loro valore testimoniale. Così, contrariamente a quanto si fa di solito, quando si inizia l'intervento di restauro con la pulitura, in questo caso le particelle carboniose sono state conservate e fissate sulle superfici delle travature lignee e degli intonaci affumicati, pur con qualche difficoltà nell' accompagnare cromaticamente le parti nuove, di integrazione, a quelle antiche, così annerite!

 

Il ritrovamento, durante i lavori di sistemazione delle pavimentazioni, dell'athanor, il focolare dell'alchimista, il riconoscimento della simbologia della facciata, l'individuazione delle "anomalie" architettoniche, la consapevolezza del senso di estraneità che questo edificio ha suscitato da sempre nella comunità locale, a livello di percezione collettiva, sono stati elementi di grande fascino e mistero che hanno accompagnato l'intervento di restauro prima, e la progettazione del museo poi. Una conferma della permanenza fino ad anni recenti di una particolare "aura" di mistero in questa casa legata all'alchimia, viene da una testimonianza orale raccolta recentemente da una discendente di una degli ultimi abitanti dell'edificio, rimasto in uso fino agli anni '30 del novecento: in soffitta vennero ritrovati antichi libri di "magia", bruciati perché si pensava che portassero sfortuna! Così si è persa, solo pochi decenni fa, la conferma documentale della storia della casa, che però è rimasta ancora scritta nelle sue pietre!

 

(C) 2009 - OmniaZone® Sas

A.A.S.N. Cod. Fisc. 01011760251